1344945669

Un mare di CO2

03 maggio 2023
3 min di lettura
03 maggio 2023
3 min di lettura

Il Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (IPCC) è stato fondato dalle Nazioni Unite nel 1988 allo scopo di analizzare il riscaldamento globale. IPCC studia a fondo la crisi climatica e poi periodicamente pubblica un rapporto massiccio e importante contenente lo stato del clima del nostro Pianeta. Il sesto e ultimo rapporto contiene anche un riassunto di 85 pagine per spiegare anche ai non addetti ai lavori, quanto gli scienziati ritengano sia importante e meritevole di attenzione da parte di chi deve prendere le decisioni per contrastare la crisi climatica.

Il rapporto è drastico, occorre agire con urgenza, ma lascia spazio anche alla speranza: il tempo è poco ma è ancora possibile arginare il riscaldamento globale. La prima misura è mantenere l’aumento della temperatura media della Terra sotto i 1,5 gradi centigradi, che è la soglia di sicurezza già indicata nell’accordo di Parigi del 2015, siglato in occasione della 21esima conferenza sul clima. IPCC conferma che ci sono processi già innescati e che purtroppo andranno avanti per secoli: riguardano lo scioglimento di parte delle calotte polari e dei ghiacciai, il livello dei mari e l’acidificazione degli oceani. Qui ormai il danno è fatto e ora si può solo contenere il problema per mitigare l’incidenza dei fenomeni estremi. Per salvare il clima, la sola soluzione indicata da IPCC è il taglio drastico delle emissioni di gas climalteranti, ovvero principalmente anidride carbonica e poi metano e ossidi di azoto. Per ridurre la quantità di CO2 in atmosfera IPCC propone sostanzialmente tre strade.

La prima: è necessario accelerare la transizione dai combustibili fossili alle fonti di energia rinnovabile.
Seconda: piccole azioni quotidiane messe in pratica da tutti diventano importanti: per esempio meno auto, più bici e risparmiamo energia.
La terza, bisogna assorbire la CO2 dall’atmosfera conservando foreste e oceani.

Si sa che la tecnologia più efficiente che abbiamo a disposizione per eliminare CO2 è rappresentata dagli alberi, che attraverso la fotosintesi, assorbono anidride carbonica. Un esempio. Nell’Unione Europea ci sono 182 milioni di ettari di foreste che corrispondono al 43% della superficie. Il 70% delle aree forestali si trova in Italia, Finlandia, Francia, Germania, Polonia, Spagna e Svezia e complessivamente assorbe l'equivalente del 7% delle emissioni totali di gas serra emesse dall’Unione Europea ogni anno.

Le foreste sono pozzi naturali di carbonio e lo sono anche gli oceani e i suoli. Viene definito “pozzo di carbonio” un sistema in grado di assorbire una maggiore quantità di carbonio rispetto a quelle che emette.

Si possono aiutare i pozzi naturali? Secondo molte ricerche sì, attraverso la cattura della CO2 mediante sistemi artificiali. Si tratta di metodi molto costosi perché la concentrazione della CO2 in atmosfera è bassa: poco più di 400 PPM ovvero Parti Per Milione: se si divide un volume di aria in un milione di bollicine, 400 di queste sono di CO2. Ma se pescarla dall’aria costa, dal MIT - Massachusetts Institute of Technology - arriva la novità: pescare CO2 dall’oceano invece che all'aria. Per quale motivo? Una delle ragioni principali è che "negli oceani, la fase di cattura è già stata fatta per noi" affermano i ricercatori del MIT. Questo perché gli oceani assorbono dal 30 al 40% dei gas serra dall'atmosfera concentrandola in densità più di 100 volte superiori a quella dell'aria. I dispositivi per la cattura dei gas dall’oceano potrebbero essere montati sulle grandi navi mercantili così che mentre transitano per i 7 mari potrebbero “ripulire” le acque.