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Intelligente come un corvo

08 gennaio 2021
4 min di lettura
08 gennaio 2021
4 min di lettura

C’è chi li chiama “scimmie con le piume” perché sanno fare cose intelligenti paragonabili a quelle di molte nostre cugine scimmie. Usano attrezzi, anzi, modificano legnetti e foglie per ottenere strumenti più adatti allo svolgimento di compiti semplici, come estrarre cibo da un buco nella corteccia, proprio come fanno gli scimpanzé quando, con un bastoncino, catturano le termiti nel nido. Capacità simili ma teste diverse. Il cervello degli uccelli è molto differente da quello dei mammiferi e la cosa non sorprende dato che l’ultimo antenato comune tra noi e i corvi e le galline visse 320 milioni di anni fa. Per esempio, noi mammiferi abbiamo la corteccia cerebrale, lo strato più esterno del cervello, sede delle funzioni più complesse e dell’intelligenza. Gli uccelli non ce l’hanno: come fanno a essere così svegli? Le ricerche recenti di due università tedesche spiegano finalmente il motivo dell’intelligenza eccezionale dei corvi e di altre meraviglie piumate, come i pappagalli. Nel cervello degli uccelli c’è una parte che si chiama “pallio” e secondo i ricercatori è proprio la struttura cerebrale responsabile delle capacità mentali dei pennuti. Il pallio quindi fa negli uccelli quello che la corteccia fa nei mammiferi.

C’è un’altra differenza molto evidente tra il cervello mammifero e quello pennuto: le dimensioni. A parità di prestazioni, gli uccelli hanno cervelli piccoli se paragonati a quelli dei mammiferi. Eppure funzionano benone. Come mai? Sappiamo che i neuroni sono le cellule cerebrali che trasportano gli impulsi nervosi. I neuroni formano reti complesse ed è grazie a queste che il cervello di tutti gli animali funziona. Nel nostro cervello, per esempio, ci sono circa 90 miliardi di neuroni interconnessi tra loro che raccolgono le informazioni, le elaborano e rispondono con azioni, pensieri, sogni, emozioni… Cioè con la mente.

I neuroni degli uccelli sono più piccoli di quelli dei mammiferi ma sono più fitti, quindi se il cervello di un corvo fosse grande come il nostro, il numero di neuroni sarebbe superiore… forse il doppio, forse un corvo sarebbe addirittura più intelligente di noi. Perché gli uccelli hanno cervelli minuti? L’evoluzione ha fornito loro cervelli piccoli ma potenti per rispondere all’esigenza di avere un corpo leggero adatto al volo. Un cervello piccolo con prestazioni sorprendenti, come il linguaggio. Sappiamo che i pappagalli sono abilissimi nell’imitazione dei suoni, addirittura delle parole umane. E non solo: uno studio sui pappagalli selvatici in Venezuela ha mostrato come nelle società dei parrocchetti verdi ognuno ha un nome proprio. Questi pappagallini vivono in comunità molto affollate e sono praticamente identici tra loro. È difficilissimo anche solo distinguere una femmina da un maschio. Come fanno a riconoscersi, per esempio, tra genitori e figli quando si radunano a centinaia tra i rami della foresta? Analizzando i suoni emessi dagli adulti di ritorno al nido, i ricercatori hanno scoperto che ogni pappagallo riceve un nome alla nascita, proprio come avviene tra gli esseri umani. E come succede tra gli umani, il nome accompagna un pappagallo per tutta la vita. Tra pappagalli, quindi, si chiamano per nome. I ricercatori hanno scoperto anche che quando un pappagallo torna al nido, saluta la compagna con “parole” specifiche e lei risponde dandogli una specie di “bentornato”.

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Il campione delle chiacchiere pennute fu Alex, un pappagallo grigio africano. Nel corso della sua vita, trascorsa a stretto contatto con Irene Pepperberg, la scienziata statunitense che lo ha allevato, Alex imparò oltre 100 parole (in inglese) ma soprattutto dimostrò ai ricercatori che poteva costruire semplici frasi, indicare oggetti con il nome corretto, esprimere la volontà di fare qualcosa o rifiutare di farla quando non ne aveva voglia. Alex sapeva contare fino a 6 oggetti, sapeva nominare alcuni colori (compreso il proprio, il grigio), sapeva distinguere forme e materiali. Alex morì a 31 anni. La sera prima di andarsene salutò la Dottoressa Pepperberg dicendole: “Stai bene. Ti voglio bene. Ci vediamo domani.”

La prossima volta che vedremo una gallina, una cornacchia o un piccione, di sicuro proveremo un certo inquietante imbarazzo.

A cura di Andrea Bellati