Watergrabbing, l’accaparramento dell’acqua
07 OTTOBRE 2021
L’Eufrate, sulle cui sponde si è sviluppata una delle civiltà più antiche del mondo

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Watergrabbing Video
Come sapete, anche la superficie terrestre è in grande misura coperta da acqua (70% circa). Ma quello che è altrettanto importante sapere è che solo il 2,5% del volume di H2O presente sulla Terra è dolce, ed è perlopiù conservato nelle calotte polari sotto forma di ghiaccio. Complessivamente, quindi l’umanità ha a disposizione 93 mila chilometri cubici di acqua dolce (più di due volte e mezzo il mare Adriatico), il che significa – traducendo questo numero in disponibilità idrica pro-capite – che mediamente ciascuno di noi ha a disposizione circa 7800 metri cubi di H2O all’anno. Ma c’è un però. Anzi, due. Il primo ha a che fare con il fatto che, a causa dell’aumento della popolazione e dei consumi, questa cifra è destinata a scendere a 5 mila m3 (l’equivalente di circa due piscine olimpioniche). Il secondo riguarda invece la distribuzione dell’acqua sul pianeta, che è assolutamente disomogenea. Basti pensare che in Italia i metri cubi a disposizione di ogni cittadino sono sotto i 3 mila (erano 3587 nel 1962), mentre in Siria siamo intorno ai 300.
Il nostro stile di vita – le scelte alimentari che facciamo, il consumo di altri beni, l’energia che usiamo – incidono significativamente sul nostro impatto idrico pro-capite. La produzione di carne, ad esempio, ha un impatto idrico molto elevato, basti pensare che per produrre un pacco di pasta da mezzo chilo servono 780 litri di acqua, mentre per una bistecca di manzo di medie dimensioni ne servono circa 4650. Questo ovviamente non significa che non possiamo mangiare la carne, ma che mangiarne una quantità corretta (due porzioni da 70-100 grammi alla settimana) fa bene, oltre che alla salute, anche all’equilibrio ambientale e, quindi, a noi tutti.
Un gruppo di donne in India preleva acqua da un pozzo

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Al momento, nei Paesi occidentali, questo l’impatto idrico sta crescendo a dismisura e ad oggi un cittadino americano consuma mediamente 1280 metri cubi all’anno, un europeo 700 e un africano 185. E le “disuguaglianze dell’acqua” diventano ancora più lampanti se si pensa che circa 1 miliardo di persone non ha accesso all’acqua potabile e oltre 2 miliardi non hanno accesso a servizi igienico-sanitari.
Non a caso, tra i 17 Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals, SDGs) fissati dalle Nazioni Unite con l’Agenda 2030, c’è anche quello di “Garantire la disponibilità e la gestione sostenibile delle risorse idriche e servizi igienico-sanitari per tutti”. L’ONU prevede infatti che entro il 2030 circa il 47% della popolazione mondiale vivrà in aree ad alto stress idrico e già oggi le crisi alimentari e umanitarie legate alla scarsità di acqua sono moltissime, soprattutto in alcune aree a maggior rischio, come il Medio Oriente o l’Africa. Il paradosso a cui assistiamo è quindi un aumento del consumo pro-capite di acqua in contemporanea a una riduzione dell’accesso globale alla risorsa idrica. Ma come è possibile? La risposta sta proprio nella disuguaglianza con cui l’acqua è distribuita. Uno squilibrio che affonda le proprie radici in parte in ragioni geografiche e geofisiche, in parte in vere e proprie guerre, economiche o militari, per l’accaparramento dell’oro blu. Come ben raccontano Emanuele Bompan e Marirosa Iannelli nel libro “Water Grabbing – Le guerre nascoste per l’acqua nel XXI secolo”, le zone di frizione a causa della crisi idrica sono numerose: dalla valle del Nilo all’area del Mekong, dalla Colombia al Nevada negli Stati Uniti.
I modelli contemporanei di consumo e di commercio alimentare (come dicevamo, l’eccessivo consumo di carne, lo spreco o lo sbilanciamento su alcuni prodotti, come la soia) sempre più spesso entrano in competizione con i bisogni delle popolazioni che vivono in aree dove la disponibilità idrica è già scarsa. Per rispondere alle esigenze di natura economica e commerciale, oltre che politica, su cui si fonda allo stato attuale il mondo globalizzato – talvolta senza rendercene conto, attraverso le nostre abitudini – non facciamo altro che incrementare le disuguaglianze e negare ai nostri simili quello che nel 2010 è stato riconosciuto dall’ONU come un diritto fondamentale dell’uomo, il diritto all’accesso all’acqua e ai servizi sanitari.
Il cotone, la cui esportazione in tutto il mondo è responsabile di grandi flussi di “acqua virtuale”

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La diga delle Tre Gole, in Cina

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Il progresso della conoscenza e lo sviluppo tecno-scientifico ci danno ogni giorno nuovi strumenti per rispondere al fenomeno della scarsità idrica e per comportarci responsabilmente. Ma la tecnologia e la scienza, da sole, non bastano. Serve che la società, tutta – dai cittadini comuni al legislatore, dagli imprenditori, agli ambientalisti – si allei, in una battaglia culturale, sociale e politica per una gestione equa e giusta dell’acqua.
A cura di Anna Pellizzone
Bibliografia: Water Grabbing – Le guerre nascoste per l’acqua nel XXI secolo, di Emanuele Bompan e Marirosa Iannelli, EMI



