La fisica nel pallone, la scienza ai Mondiali 2026
12 giugno 2026
I Mondiali di calcio 2026 sono cominciati l'11 giugno con la partita inaugurale allo stadio Azteca di Città del Messico. Milioni di tifosi guardano le partite pensando ai gol, ai dribbling, alle parate spettacolari. Ma c'è un protagonista invisibile che nessuno vedrà mai eppure influenzerà ogni singolo pallone calciato: l'aria. O meglio, la mancanza di aria.
Città del Messico si trova a oltre 2.200 metri di altitudine. Per fare un confronto, Roma è praticamente a livello del mare, e la vetta del Gran Sasso, la montagna più alta degli Appennini, è a 2.912 metri. I calciatori che giocano all'Azteca si trovano qualche centinaio di metri sotto quella cima. E questo cambia tutto. Salendo di quota, l'atmosfera si "allarga" e le molecole che la compongono si distanziano di più tra loro. L'aria diventa meno densa, cioè più rarefatta. La percentuale di ossigeno nell'aria rimane la stessa ovunque sulla Terra (circa il 21%) ma a 2.200 metri, ogni boccata d'aria contiene meno molecole in totale, e quindi anche meno molecole di ossigeno. A quella quota, un calciatore che fa uno sprint respira circa il 15% di ossigeno in meno rispetto a un giocatore che corre allo stesso ritmo sul livello del mare. Quindici percento può sembrare poco. Ma per un atleta professionista che corre per novanta minuti è una differenza enorme. Quando corriamo, i muscoli bruciano una sostanza chiamata glucosio (uno zucchero presente nel sangue) per produrre energia. Per farlo, hanno bisogno di ossigeno. Meno ossigeno arriva ai muscoli, meno efficacemente riescono a lavorare. Negli sprint brevi ed energici, come un'accelerazione improvvisa o un salto di testa, il corpo può cavarsela anche senza molto ossigeno, attingendo alle sue "riserve di emergenza". Il problema emerge nel recupero: dopo ogni scatto, il corpo ha bisogno di reintegrare quelle riserve, e per farlo usa l'ossigeno. In quota, questo processo è più lento. Il risultato? I calciatori si stancano più in fretta e impiegano più tempo a recuperare tra uno sforzo e l'altro. I fisiologi misurano la capacità aerobica di un atleta con un parametro chiamato VO₂ max (si legge "VO2 max"), che indica la quantità massima di ossigeno che il corpo riesce a utilizzare per produrre energia. In altura, questo valore cala. In pratica, il "motore" del calciatore perde potenza. Gli effetti si notano soprattutto nella seconda parte della partita: i giocatori diventano meno precisi, aumentano gli errori tecnici, rallentano le chiusure difensive. Una squadra abituata a fare pressing aggressivo per novanta minuti potrebbe trovarsi costretta a dosare le energie diversamente. Questo non è un fenomeno nuovo. Nel 1968, Città del Messico ospitò i Giochi Olimpici, e i risultati furono clamorosi. In molte gare esplosive, cioè quelle che durano pochi secondi come il salto con l’asta, caddero una valanga di record mondiali. Il caso più famoso è quello di Bob Beamon, un saltatore in lungo americano. Nella gara olimpica del 18 ottobre 1968, Beamon saltò 8,90 metri: un record mondiale che migliorava il precedente di quasi 55 centimetri. Una distanza assurda, considerando che i miglioramenti nel salto in lungo di solito si misurano in centimetri o millimetri. Quel record olimpico resiste ancora oggi, quasi sessant'anni dopo. Come è possibile? Semplice: nell'aria rarefatta dell'altitudine, il corpo di Beamon in volo ha incontrato meno resistenza. Ha "volato" di più, esattamente come fa il pallone da calcio.
Ed eccoci al punto più affascinante per chi guarda le partite. Il pallone non è solo uno strumento del gioco: è un oggetto fisico che obbedisce alle leggi della natura. E in quota quelle leggi producono effetti ben visibili. Quando un calciatore tira il pallone, questo deve attraversare l'aria. L'aria esercita una forza frenante sul pallone (la resistenza aerodinamica) che ne rallenta la corsa e ne modifica la traiettoria. In quota, dove l'aria è meno densa, questa resistenza è minore. Risultato: il pallone mantiene la velocità più a lungo e percorre distanze maggiori. I lanci lunghi "si allungano" davvero. I cross dalla fascia arrivano con più forza. I tiri dalla distanza sono più veloci e possono sorprendere il portiere, che è abituato a certi tempi di volo del pallone. Anche la parabola, la curva che il pallone disegna in aria, cambia leggermente: il pallone tende a mantenere una traiettoria più tesa, meno arcuata. C'è poi un effetto ancora più insidioso, legato alla forza di Magnus. Quando un calciatore dà un effetto al pallone, cioè lo fa girare su se stesso calciandolo di piatto o con il collo del piede, il pallone curva. Lo fanno tutti i grandi campioni per beffare i portieri con traiettorie imprevedibili. In quota, anche questo effetto cambia: l'aria rarefatta fa sì che le deviazioni siano leggermente diverse rispetto a quelle a cui i portieri sono abituati. Non enormemente diverse, ma abbastanza da rendere una parata difficile ancora più difficile.
Nel calcio sudamericano c'è una nazionale che ha trasformato l'altitudine in una vera e propria arma strategica: la Bolivia. La squadra boliviana disputa molte delle sue partite interne a La Paz, che si trova a ben 3.600 metri sul livello del mare, molto più in alto anche di Città del Messico. Giocare a La Paz contro la Bolivia è considerato uno degli ostacoli più duri nelle qualificazioni sudamericane ai Mondiali. Squadre abituate a giocare in pianura arrivano in Bolivia e dopo venti minuti sono già a corto di fiato. I giocatori boliviani, invece, ci vivono: i loro corpi si sono adattati nel tempo a utilizzare l'ossigeno con maggiore efficienza. Le analisi statistiche mostrano che questo fattore ambientale incide davvero sui risultati. Non è magia: è scienza. I giocatori non possono cambiare le leggi della fisica, ma possono prepararsi. I medici e i preparatori atletici delle grandi nazionali studiano strategie specifiche per ridurre gli effetti dell'altitudine. Un metodo molto diffuso è allenarsi in altura prima della competizione. Trascorrere alcune settimane sopra i 1.500-2.000 metri spinge il corpo ad adattarsi: il sangue produce più globuli rossi, le cellule che trasportano l'ossigeno, e i muscoli imparano a lavorare in modo più efficiente con meno ossigeno disponibile. Questo processo si chiama acclimatazione. C'è però un paradosso interessante: i primi giorni in altura possono essere i peggiori. Il corpo non ha ancora avuto il tempo di adattarsi, e la performance cala. Per questo alcune squadre scelgono la strategia opposta: arrivare a Città del Messico il più tardi possibile, quasi alla vigilia della partita, per limitare il tempo di esposizione prima che comincino i benefici dell'adattamento. A tutto questo si aggiunge un elemento di tecnologia avanzata. Il pallone ufficiale dei Mondiali 2026 si chiama Trionda, il nome che unisce le parole spagnole tri (tre, per i tre paesi ospitanti: Canada, Messico e Stati Uniti) e onda ed è prodotto da Adidas. Al suo interno c'è un piccolo chip sensore che funziona a 500 volte al secondo (500 Hz): traccia la posizione del pallone, la sua velocità, la direzione, e perfino l'istante preciso in cui un giocatore lo calcia. Questi dati vengono trasmessi in tempo reale agli arbitri e al sistema VAR, quello che controlla i fuorigioco e gli episodi controversi. In una partita dove il pallone vola più veloce del solito, avere dati precisi al millisecondo diventa ancora più importante per prendere decisioni corrette. La storia delle Olimpiadi di Città del Messico nel 1968 e quella dei Mondiali 2026 ci ricordano qualcosa di importante: lo sport non è solo fatica, tecnica e talento. È anche fisica, chimica, biologia. Ogni volta che un calciatore calcia un pallone, mette in moto leggi naturali che i fisici studiano da secoli. L'aria rarefatta dell'altitudine è solo uno degli esempi. Se ci pensi, anche il materiale del pallone, la forma delle scarpe, il tipo di erba del campo, la temperatura e l'umidità dell'aria, tutto influenza quello che succede in campo. I campioni di oggi si allenano con l'aiuto di scienziati, medici, ingegneri e matematici. La fisica non è qualcosa che finisce in classe quando suona la campanella: è ovunque, anche in un cross dal fondo o in un calcio di punizione. La prossima volta che guardi una partita dei Mondiali, ricordatelo: insieme ai ventidue giocatori in campo, c'è un ventitreesimo protagonista invisibile. Si chiama fisica.
Fonti: quotidiano.net, Wikipedia – Mondiali 2026, techprincess.it, sky sport